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Il Lutto Perinatale

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Il Lutto Perinatale: perdere un figlio intorno alla nascita tra identità materna e significati

 

Se solo una persona colpita da una perdita sentisse che possiamo almeno comprenderla e condividere con essa i compiti che si impone nel difficoltoso processo di elaborazione del lutto, riuscirebbe senz'altro, con molta più probabilità, ad esprimere le sensazioni che le stanno esplodendo dentro”. (Bowlby, 1982)

 

 

Per Lutto Perinatale si intende la perdita di un figlio tra la ventisettesima settimana di gravidanza e i sette giorni dopo il parto. Questa è una scansione valida solo a livello tecnico dato che nella realtà il i sentimenti del lutto sono forti, vivi e presenti anche quando la perdita avviene nella fase iniziale della gravidanza. Si tratta di un vissuto che può colpire tutti e indistintamente, che non tiene in considerazione età, classe sociale o livello di istruzione nonostante se ne parli ancora poco, maggiormente rispetto al passato, ma non abbastanza se rapportato al vuoto enorme che la perdita di un bambino lascia nelle coppie che lo vivono, vuoto che non può essere riempito da una nuova vita perchè ogni figlio è diverso e per la propria madre in special modo vive già come parte integrata di sé seppur immaginata ma già ben definita nella propria mente.

Pur condividendo con gli altri tipi di lutto intensità, espressioni e bisogni, c'è da dire che quella perinatale è una morte ancora poco riconosciuta nella società che per la maggiore sente forte il bisogno di archiaviare e andare oltre, come se il processo di genitorialità, con le complesse modificazioni che interessano la psiche e il corpo della madre e la coppia, possano essere cancellate e archiviate.

Di primaria importanza risulta la necessità di diffondere una cultura del rispetto e dell'ascolto, ancor prima che della cura, considerando che, se accolte e sostenute, le donne, le coppie, avranno modo di elaborare la perdita potendo lasciar andare, senza che quindi il lutto diventi patologico o complicato con tutte le ovvie ripercussioni che andrebbero a ricadere sulla salute psicofisica della madre, sulla relazione madre-bambino in una successiva gravidanza, sullo sviluppo cognitivo e affettivo del bambino e sulla reciprocità emotiva all'interno della coppia. Si tratta quindi di dare valore all'ascolto, rispettando i vissuti soggettivi, partendo dalla legittimità dell'eperienza della donna/madre e della coppia, perchè non è pensabile che chi viene colpito da morte in gravidanza o dopo il parto, si debba sforzare di andare oltre non sentendosi leggittimato ad esprimere il proprio dolore.

Va ricordato che durante la gravidanza il corpo della mamma cambia e si modifica così come la sua condizione psicologica. Prende il via anche la funzione genitoriale dato che sia la madre che il padre immaginano come sarà la vita in tre e ciò avviene anche se in alcuni casi questo processo viene interrotto bruscamente e imprevedibilmente come nei casi di aborto spontaneo, morte endouterina o di morte del proprio bambino dopo la nascita.

Il legame dei genitori verso il bambino comincia già durante la gravidanza attraverso il “bonding” e anche il bambino stesso sviluppa un attaccamento verso la madre e verso il padre. Questo processo è fortemente influenzato dalle fantasie dei futuri genitori riguardo a come sarà la vita con un bambino e relativamente alle caratteristiche fisiche del piccolo o al suo temperamento e alle sue capacità.

Questo avviene in tutte le grvidanze e a tutti i genitori ma in modo particolare è riscontrabile nelle coppie che hanno avuto in passato esperienze di aborti o di morte del neonato.

Interdipendenza e reciprocità dei ritmi psicofisiologici caratteristici della relazione madre-bambino, sono stati evidenziati sin dalle primissime fasi della vita e già nel corso della gestazione, alcuni dati mettono in luce una “partecipazione attiva del feto nella reciprocità che va gradualmente emergendo, tanto da configurare un vero e proprio apprendimento intrauterino”. Per questi motivi, come sostiene Claudia Ravaldi (2016), la perdita della gravidanza, la morte del bambino, “prima sognato e immaginato, più tardi concretizzato e reso reale, sono eventi che si innestano su un processo in divenire, sono il cambiamento del cambiamento e ancora, sono la frattura tra una parte della vita della donna, quella prima del concepimento e il dopo, quello della costruzione dell'essere madre, giorno dopo giorno, ormone dopo ormone, che subisce un arresto brusco e irrimediabile”.

E' quindi evidente che perdere un figlio, dato il naturale legame madre/bambino, mette in moto tutta una serie di sentimenti, emozioni e cognizioni negative come senso di solitudine, di dolore, di fallimento come donna e come madre, di autodifettosità, senso di impotenza e mancanza di controllo perchè ciò che accade porta la madre a confrontarsi con un vissuto non razionalizzabile e innaturale per il proprio corpo già pronto per prendersi cura di quel bambino. Razionalizzazione che andrebbe vista sempre come un “qualcosa di interattivo e relativo, che dovrebbe essere considerata sempre in riferimento all'organismo di appartenenza e mai dal punto di vista di chi la osserva”.

Dopo la perdita del proprio bambino le mamme riferiscono in particolar modo vissuti legati a senso di inadeguatezza dovuti al non essere state in grado di proteggere il piccolo durante il parto o ancora prima quando si da alla luce un bambino senza vita. Senso di autodifettosità per non essere stata capace di generare un bambino sano o vissuti legati alla mancanza di controllo riguardo al proprio corpo, alle reazioni emotive, all'andamento del parto o alla salute del bambino e senso di impotenza per non aver potuto fare nulla per aiutarlo. Senso di colpa prima di tutto per non averlo saputo proteggere, per avere “sottovalutato quelle perdite e non essere subito corsa in pronto soccorso”. Alcune mamme riferiscono la sensazione di eccitazione dovuta agli ormoni del parto mista all'esperienza di derealizzazione dovuta al fatto di aver partorito un bambino morto, la vita e la morte che si sfiorano nello stesso momento.

Considerando il lutto per un figlio immaginato, sognato e idealizzato, come una perdita nel modo specifico di sentire, in maniera autoreferenziale e come pezzo mancante relativo alla nuova identità materna che si andava costruendo, le fasi del lutto riguardano un primo momento, generalmente breve, di stordimento e incapacità di accettare la realtà, quella di ricerca spasmodica del bambino, fase nella quale si avverte realmente la perdita, la fase di disorganizzazione e disperazione, nella quale si possono riscontrare depressione e apatia derivate dalla percezione della perdita irreversibile, e un'ultima fase di riorganizzazione che si fonda essenzialmente “sull'accettazione della perdita, che le cose sono cambiate, che la vita deve richiedere una nuova forma che includa questa assenza. E' una fase difficile, dove si deve ridefinire la propria identità e la rappresentazione del mondo che si aveva fino a quel momento, per raggiungere una ridefinizione della propria identità percorribile. Oltrepassata questa fase si potranno fare dei progetti per il futuro”.

E' necessario ricordare a tal proposito che queste fasi non devono essere considerate in maniera eccessivamente schematica dato che i contorni non sono chiari e si può oscillare dall'una all'altra in maniera ciclica.

Dopo la morte di un figlio, come in caso di lutto perinatale, il senso di colpa caratterizza i vissuti dei genitori che agiscono protettivamente verso il bambino che non c'è più negando a tratti la morte o più spesso la possibilità di un ritorno alla vita come era prima, ed è per questo che il lutto per la perdita di un figlio sembra resistere alla mitigazione che si osserva generalmente nel corso del tempo per altri tipi di perdita. “L'impegno costante dei genitori nel proteggere un figlio, associato alla sensazione che occuparsi di altro significherebbe avere dimenticato e quindi abbandonato il proprio bambino, possono spiegare la persistenza del cordoglio”. Ecco perchè le mamme e i papà di bimbi morti prima del parto o dopo la nascita, parlano di “uno spartiacque tra una vita precedente e una vita successiva alla perdita, in cui faticano a trovare riferiementi e punti di continuità. I genitori colpiti vivono un vero e proprio lutto, percepito come profondo e sofferto; nell'intimo delle madri e nella biografia di molti padri, questo evento lascia un un'impronta indelebile”.

Inoltre, se consideriamo che la reciprocità emotiva in una relazione nasce dalle risposte reciproche ai rispettivi bisogni messi in gioco dai partner e la sua qualità è “in rapporto al tipo di negoziazione messo in atto per il raggiungimento di un mutuo riconoscimento”, la nascita di un figlio, anche quando va tutto bene, rappresenta uno degli eventi che maggiormente rappresentano un riassestamento dell'equilibrio nella coppia, dato che “l'aumento di complessità del sistema impone un'ulteriore articolazione del significato condiviso”. Questo avviene anche quando la coppia ormai preparata per il ruolo genitoriale, si ritrova a sperimentare l'assenza del figlio tanto atteso, sognato e desiderato, ecco perchè con le coppie in generale, con quelle che si trovano a dover affrontare e superare una crisi e anche con le coppie che hanno sperimentato la perdita di un figlio, “l'obiettivo primario del lavoro è quello di renderla consapevole delle dinamiche attraverso le quali i due soggetti si narrano” in maniera tale che le modalità di ognuno non lascino perplesso l'altro o lo intimoriscano. Conoscere significa essere consapevoli, preparati ad accettare il modo-altro di vivere, anche la sofferenza, in maniera tale che si possa “creare e articolare un significato condiviso” di ciò che emotivamente si sta sperimentando, “che possa rendere coerente l'esperienza di reciprocità emotiva”.

Per la coppia che perde un bambino e soprattutto per la madre, date le modificazioni biologiche e psicologiche che intercorrono nelle diverse epoche gestazionali e il significato intrinseco del concepimento, essere ascoltata, compresa, validata e contenuta emotivamente diventa fondamentale per non sentirsi sola in quest'esperienza di dolore e per poter giungere ad attribuire un senso condiviso all'evento vissuto. La ferita può restare aperta anche tutta la vita se non si riesce a darle un significato. Tentare di consolare i genitori in lutto consigliando di riprovarci o ricordando che hanno già altri figli, qualora presenti, non attenua la sofferenza dei genitori che hanno subito una perdita tanto dolorosa, che hanno invece bisogno di vivere il proprio cordoglio per poi giungere gradualmente all'accettazione della perdita.

Relativamente alla morte di un figlio in epoca perinatale l'intervento di un terapeuta non deve essere teso a portare il sistema/individuo all'equilibrio precedente, quanto al far si che il genitore possa spostarsi verso una ri-organizzazione, verso un altro tipo di equilibrio dinamico e questo si può fare solo assimilando discrepanze ed emozioni intense che non sono state eventualmente comprese; per questo il nostro compito, sarà quello di rimettere la persona in grado di assimilare il suo materiale che vive come discrepante, dando valore a quelle emozioni spiacevoli ma tipiche del lutto, disperazione, angoscia, rabbia, che sono fenomeni naturali e come tali devono essere accolte e trattate con interesse e curiosità, messe a fuoco e quindi comprese affinchè l'individuo possa riorganizzare il suo senso di sé e procedere accettando la perdita, il cambiamento e la nuova vita con l'inclusione di quell'assenza.

 

Bibliografia

 

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Su di me

Dott.ssa Valeria Vacca

Psicologa iscritta all'Ordine degli Psicologi della Sardegna

Psicoterapeuta ad orientamento Cognitivo Costruttivista 

Terapeuta EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing)

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